Stop Hate For Profit: tutto ciò che la campagna (non) dice

Facebook è sotto attacco, ma perché? Qual è il reale obiettivo dei grandi marchi che hanno aderito alla campagna Stop Hate For Profit?

Se ci hai seguito sul nostro D-Magazine in questi ultimi giorni, ormai avrai la curiosità quanto noi di sapere come andrà a finire questa vicenda. La campagna Stop Hate For Profit ha lasciato il segno in America: le piattaforme – Facebook su tutte – hanno accusato il colpo.

Sì, ma ora? Tirare le somme non è semplice. Non basta chiedersi quale sia il motivo dichiarato per il quale i marchi si siano uniti alla protesta. È un discorso molto più ampio e complesso di così. Un discorso che inizia qualche anno fa…

La “maschera” di Stop Hate For Profit

Da tempo, le piattaforme hanno introdotto un sistema di controlli e censure con l’obiettivo di eliminare quei contenuti considerati osceni ed estremisti: proprio questa sembrerebbe la ragione principale per la quale certi colossi pubblicitari hanno deciso di sospendere temporaneamente la propria attività su Facebook e Twitter.

Il tipo di pubblicità online in questione è quella definita “generalista”, perché rivolta a tutti senza distinzioni e non mirata ad un determinato gruppo di persone. Questo però include un tipo di contenuti che non metterà mai tutti d’accordo. Ci saranno sempre utenti pronti a criticare questa modalità di fare comunicazione e informazione; ci saranno sempre piccole minoranze pronte ad attaccarti con violenze verbali e “polarizzazioni” di pensieri.

Di primo impatto, dunque, sembra che i grandi marchi abbiano deciso – in maniera del tutto disinteressata – di far a meno di questo tipo di pubblicità su Facebook e sulle altre piattaforme, convinti dai profondi valori etici su cui si basa la protesta Stop Hate For Profit.
Ma attenzione: l’apparenza, spesso, inganna.

Oltre ogni ragionevole dubbio

Il purpose dichiarato dalle aziende è piuttosto chiaro. Ma se ci fosse dell’altro sotto? Se l’obiettivo reale fosse invece legato all’immenso potere che Facebook e le altre piattaforme hanno sempre avuto? E se l’adesione alla campagna fosse ad esempio “solo” un’azione di lobby?

E per quanto riguarda le elezioni presidenziali Usa che si svolgeranno a novembre 2020, davvero che non esiste un collegamento con tutta questa faccenda?

Ma c’è dell’altro. Queste grandi aziende non hanno ancora fatto una scelta precisa e conclusiva. Ad esempio, a differenza di Coca-Cola, Verizon e Unilever, il brand UniCredit ha preso una posizione chiara: poco più di un anno fa, l’azienda che si occupa di servizi bancari ha deciso di cancellarsi definitivamente da Facebook, Messenger e Instagram per una questione di etica e, soprattutto, di privacy dei propri clienti. Questo stesso discorso non può però esser fatto per i grandi marchi della campagna, i quali al momento rimangono gratuitamente sul ‘social blu’ – senza fare pubblicità – approfittandone dei benefici.

Al momento, inutile negarlo, le risposte sono poche e confuse. Più d’una invece le domande e, come abbiamo visto, le chiavi di lettura. Alla luce di tutto ciò, non possiamo neanche sapere se gli utenti delle piattaforme potranno trarne dei vantaggi o se invece subiranno anch’essi ulteriori limitazioni.

E Facebook?

Senza troppi giri di parole, Facebook è stato messo sotto scacco dall’abile mossa di queste aziende che hanno aderito alla protesta. Non essendo una piattaforma a pagamento, il social di Mark Zuckerberg non può resistere a lungo senza l’aiuto della pubblicità. E le decine di migliaia di dipendenti non aiutano.

Muovere investitori di questo calibro (anche se poche centinaia) significa due cose. La prima è che così facendo si mettono in scacco tutte le altre migliaia di aziende che non lo fanno, marchiandole come “a favore dell’odio” e facendo in modo che una dopo l’altra seguano anch’esse questa “moda”; la seconda è che con circa 800 investitori si muove il 90% dei 70 miliardi di budget che Facebook mette a disposizione per le pubblicità.
Ma non è solo una questione di soldi.

Facebook è arrivato ad un bivio: scendere a patti con i grandi marchi e sottostare per la prima volta alle loro regole, oppure prepararsi al peggio.

Stop Hate For Profit può davvero funzionare? In realtà, non ci sono certezze. Ciò che sappiamo, però, è che ha già funzionato in passato – tra il 2017 ed il 2018 – sebbene allora nell’occhio del ciclone ci fosse la creazione di contenuti violenti per bambini.

La risposta è quindi sì, Facebook rischia realmente di crollare…

E tu cosa ne pensi? Quale credi che sia il reale obiettivo dei grandi marchi e che conseguenza ipotizzi avrà la campagna Stop Hate For Profit nei confronti di Facebook? Il “re” dei social network riuscirà ancora una volta a cavarsela o sarà costretto ad arrendersi?

Matteo Zinani

Copywriter in Vendomeglio Digital Hub.